15) Guardini. La vita e la morte.
Guardini ci pone di fronte al mistero della morte richiamando con
forza il lettore a quanto ci  estranea questa nostra condizione
di mortali. Nessuna dimostrazione biologica ci convince che  per
noi naturale morire. Se cos fosse la morte non ci farebbe
paura, ma saremmo pronti ad accettarla.
R. Guardini, Il Signore.

 La nostra vita - che strana cosa! E' il presupposto d'ogni altra
realt: la prima che, se in pericolo, desta quella incondizionata
reazione che chiamiamo legittima difesa e che ha il suo proprio
diritto. Preziosa realt, cos preziosa che il miracolo della
vita, a volte, pu dar le vertigini - e ci si interrompe, e non si
sa con quali termini descrivere adeguatamente la gloria di essere.
Gioisce, rinuncia, soffre. Lotta e crea. Si unisce alle cose e, in
tale unirsi, le anima. Si disposa ad altre vite, e non ne risulta
una somma, ma cose nuove e varie. E' per noi il fondamento e il
principio di tutte - eppure quanto ci torna strana! O non  forse
strano che noi, per guadagnare una mta, ne dobbiamo abbandonare
un'altra? Per compiere positivamente qualche cosa, dobbiamo
decidere, ossia staccarci dal resto? Volendo essere giusti con gli
uni, facciamo torto altrui, fors'anche semplicemente per questo,
che non riusciamo a comprenderli nell'occhio e nel cuore, perch
l'occhio e il cuore non hanno posto per tutti. Nell'atto in cui
l'esperienza ci fornisce dei dati, non possiamo avere la
percezione immediata di tutto il processo. Poi, appena prendiamo
consapevolezza, per ci stesso interrompiamo il corso di quel
processo. Mirabile cosa l'essere vigilante! Ma noi ci stanchiamo
e, affidandoci al sonno, sfuggiamo a noi stessi. Fa bene dormire,
ma non  avvilente che una met della vita si debba consumare nel
sonno? Vivere  unit: vuol dire essere presenti a se stessi e
assimilare quello che ci circonda; serbare integra la propria
personalit frammezzo ai fenomeni, e saper immettere, dall'altro
lato, in ogni singolo atto, la pienezza del tutto.
Senonch, dappertutto si annunziano incrinature. Dappertutto si
pone il dilemma: o questo o quello. E guai se recalcitriamo,
perch l'onest della vita dipende proprio dall'impostare
nettamente il dilemma. Non appena presumiamo di piacere a tutti,
diveniamo spregevoli. Non appena cerchiamo di cogliere tutto, non
abbiamo pi nulla in ordine. Non appena mettiamo mano al tutto, la
nostra personalit si sfalda.
Allora ci gettiamo in una decisione netta. Ma di nuovo: guai a
noi! Noi dilaniamo la nostra esistenza. Proprio, la nostra vita ha
qualche cosa d'impossibile. Essa deve volere ci che non pu -
come quando in un piano determinato si inserisce fin dall'inizio
un errore che poi influisce su tutto. E la fugacit,
l'ineluttabile fugacit! E' possibile che una realt debba
esistere unicamente al prezzo della sua distruzione? Non  la vita
nulla pi di un passaggio? E non accelera il passo questo fatale
andare nella misura della intensit con cui viviamo? Non si muore
gi mentre si vive? Non corrisponde a un'esasperante verit la
definizione biologica che fa della vita il moto verso la morte?
D'altro lato, che paradosso definire la vita in funzione della
morte!.
Ma  giusto poi quanto si afferma a proposito della morte?
Dobbiamo proprio accettare le conclusioni della biologia? Le
ricerche scientifiche insegnano che nei primi tempi i popoli
sperimentavano la morte altrimenti da noi. Non la sentivano
affatto come naturale, quasi il normale polo opposto alla vita.
Per il loro sentimento la morte non ha bisogno di essere, e non ci
deve neppure essere: se sopravviene, vuol dire che si rimonta
verso una causa speciale, e precisamente verso una maligna potenza
spirituale - anche l ove si tratti di una vita ormai consumata, o
di una sciagura, o della morte in guerra. Cerchiamo un po' di
prender la cosa sul serio. Persuadiamoci: dov' in gioco il senso
supremo dell'esistenza, il semplice mortale potrebbe essere anche
pi competente del dotto.
E' proprio cos naturale la morte? Se lo fosse, ci si dovrebbe
adattare, e precisamente con il sentimento di un supremo dovere,
sia pur cos duramente pagato. Ma dov' una morte siffatta? Vi 
chi sacrifica la propria esistenza per un grande ideale, oppure,
stanco sotto la pressura delle miserie della vita, accoglie la
morte come una liberazione. Ma v' un uomo solo che affermi la
morte come un piano coronamento della sua esistenza? Io non l'ho
ancora trovato, e quanto ho sentito a questo riguardo non era
altro che chiacchiere intese a nascondere timore. L'atteggiamento
normale dell'uomo di fronte alla morte  un atteggiamento di
difesa e di protesta, che parte precisamente dall'intimo del suo
essere. La morte non  naturale, e ogni tentativo d'intenderla a
questo modo si risolve in un'infinita malinconia.
Questa nostra morte e questa nostra vita si appartengono a
vicenda. Il romanticismo, assumendo vita e morte come i due poli
dell'esistenza, quasi luce e tenebre, altezza e profondit, aurora
e tramonto, d prova di un vacuo estetismo, sotto il quale si
nasconde un inganno infernale. Ha per un'anima di verit: la
nostra attuale vita e la nostra attuale morte si appartengono a
vicenda. Sono due pagine di una sola ed identica realt. E appunto
questa realt in Ges non c'era.
R. Guardini, Il Signore, Vita e pensiero, Milano, 1988, pagine 289-
291.
